È arrivata anche da noi finalmente la legislazione che ci mette al pari con i paesi industrializzati: la legge sul Lavoro Agile (ddl maggio 2017, legge effettiva dal 15 giugno 2017). Ma cos’è lo Smart Working? Lo Smart Working è una modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato. Non si introduce quindi un’ennesima tipologia contrattuale, che resta per tutti la medesima (come gli stessi inquadramenti e le stesse retribuzioni): cambia solo la modalità di erogazione.

Lo Smart Working è una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nelle scelte degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati

Ma concretamente cosa significa slegare, finalmente, nella legislazione del lavoro i concetti di luogo di lavoro e di orario?
Significa che è possibile – previa adeguata tecnologia – lavorare da ogni luogo.
Molti imprenditori possono allora obiettare: “Ma i miei dipendenti già lo fanno!”. Certo! A loro e vostro rischio e pericolo, viene da rispondere…
Poniamo il caso concreto che un lavoratore (il classico risolutore di problemi e collo di bottiglia) venga mandato a casa per stendere un’offerta da consegnare urgentemente a un ottimo potenziale cliente. Se non lo si manda a casa, si sa che sarà molto disturbato da tutti (colleghi e clienti) e necessiterà di giorni per consegnarla. Se lo si manda a casa è possibile che in serata ci arrivi l’offerta scritta in modo completo. Quanti imprenditori/manager lo hanno fatto? Tantissimi, è noto. E se in questo scenario ipotetico al dipendente cadesse la caffettiera bollente sul piede? O peggio, andando a prendere il figlio a scuola venisse tamponato? A quali problemi (oltre quelli fisici) andrebbero incontro il dipendente e l’azienda?
Basta solo pensare a questo per comprendere l’enormità della rivoluzione normativa in atto.

Il ddl è quindi da considerarsi una buona legge al passo con gli altri paesi industrializzati, che ne hanno di analoghe da diversi anni? Sembrerebbe proprio di sì! Non a caso la legge è stata votata anche da larghi settori dell’opposizione la cui restante parte si è astenuta”.

Ma torniamo ai dati di applicazione nazionali dello Smart Working perché cresce in questo periodo il dibattito sul tema e continuano le sperimentazioni tra le imprese: nel 2017, lo Smart Working in Italia ormai rappresenta una realtà. Aumenta del 14% rispetto al 2016 (e del 60% rispetto al 2013) il numero dei lavoratori che godono di autonomia nella scelta delle modalità di lavoro in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati: gli Smart Worker sono ormai 305.000 e si distinguono per maggiore soddisfazione per il proprio lavoro e maggiore padronanza di competenze digitali rispetto agli altri lavoratori.

Anche tra le PMI – nelle grandi aziende il fenomeno è quasi consolidato – cresce l’interesse, sebbene a prevalere siano approcci informali, che sono certamente il primo passo verso lo Smart Working, ma a cui poi deve seguire un progetto strutturato.

Miglioramento della produttività, riduzione dell’assenteismo e abbattimento dei costi per gli spazi fisici sono i principali benefici ottenibili dall’introduzione dello Smart Working nelle aziende. Si può stimare, ad esempio, che il tempo medio risparmiato da uno Smart Worker per ogni giornata di lavoro da remoto sia di circa 60 minuti; considerando che ciascuno faccia anche solo una giornata a settimana di remote working il tempo risparmiato in un anno è dell’ordine di 40 ore per Smart Worker.

Ma i lavoratori che l’hanno già adottato cosa ne pensano?

Il tema della sicurezza sul lavoro resta uno dei più dibattuti e che richiederà specifiche ulteriori dall’ INAIL, basandosi sui casi concreti che oramai sono molteplici; l’INAIL ha rilasciato lo scorso novmbre una circolare esplicativa.
Il datore di lavoro è, e resta, il responsabile della sicurezza e del buon funzionamento anche degli strumenti informatici dati in dotazione agli smart worker (che concretamente sono lo spazio di lavoro, seppur virtuale), con tutto ciò che ne comporta in relazione ai dati e al loro trasferimento tra vari sistemi.

Cosa dire ancora? Lo Smart Working è oramai una realtà, ma quel che si vede nei benefici fino ad ora elencati è solo la punta dell’iceberg: sono ancora troppo pochi i progetti di sistema che ripensano i modelli di organizzazione del lavoro e estendono a tutti i lavoratori flessibilità, autonomia e responsabilizzazione. Eppure, i benefici economico-sociali potenziali sono enormi: l’adozione di un modello “maturo” (con questo si intende che coinvolga una vasta popolazione aziendale e che riguardi tutti gli asset dello Smart Working: ripensamento della leadership, tecnologia, spazi fisici e adeguamenti normativi) di Smart Working per le imprese può produrre un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore, che a livello di sistema Paese significano 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi. Per i lavoratori, anche una sola giornata a settimana di lavoro agile può far risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti; per l’ambiente, invece, determina una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno.

Sotto la superficie dello Smart Working, così come oggi lo conosciamo, c’è una grande opportunità di contribuire a ripensare il lavoro del futuro per rendere imprese e pubbliche amministrazioni più produttive e intelligenti, lavoratori più motivati e capaci di sviluppare talento e passioni, una società più giusta, sostenibile e inclusiva. I benefici dello Smart Working per imprese, lavoratori e società sono troppo importanti per potersi permettere di non sviluppare immediatamente un piano di interventi volto ad accompagnare e incentivare un fenomeno in grado di dare nuovo slancio al sistema Paese.

Tra i principali obiettivi di evoluzione dei progetti di Smart Working maturi, c’è quello di traghettare le organizzazioni verso una cultura del lavoro meno legata al presenzialismo e più volta al risultato, una ‘Result Driven Organization‘. Le organizzazioni che hanno progetti strutturati di Smart Working hanno compreso la necessità di basare il lavoro sulla valutazione del risultato e in un numero crescente di organizzazioni esistono forme di valutazione dell’andamento dei progetti. Purtroppo, esclusi i casi evoluti, il rischio è quello di fermarsi solo all’effetto ‘moda’, anche per i limiti nella cultura manageriale delle imprese nel nostro paese.

Ma cosa avrebbe lo Smart Working di differente da altri approcci passati, o da specifici tool che cercano di scardinare l’obsoleto impianto manageriale italiano? Certamente la normativa cogente che può portare dei tornaconti concreti. Ma anche l’obbligo di una trasformazione digitale del modo di lavorare e quindi, il suo essere strutturale, di ampio respiro, non settoriale.
Lo Smart Working costringe ad un ripensamento complessivo delle organizzazioni, e forse migliore? Noi crediamo di sì.
Ma i rischi ci sono, probabilmente il più rilevante è quello di usare lo Smart Working solo per ridurre i costi degli immobili senza adottare nessun supporto valido – organizzativo e tecnologico – per far lavorare bene gli smart worker. Se così avverrà, oltre ad aver perso l’ennesimo treno di crescita, invece di ottenere engagement del personale, si avrà certamente raggiunto l’effetto opposto.

Le PMI

E’ opportuno osservare in modo particolare ciò che accade nelle PMI, dato che sono la struttura portante del paese. Lo Smart Working è ancora un fenomeno emergente. Il 7% dichiara di avere iniziative strutturate di Smart Working, il 15%, pur non avendo iniziative strutturate, lavora di fatto informalmente in questo modo, il 3% prevede di lanciare un’iniziativa entro i prossimi 12 mesi e il 12% è in generale possibilista in merito all’introduzione. Le motivazioni principali che guidano l’interesse delle piccole e medie organizzazioni verso lo Smart Working sono: il miglioramento della produttività e della qualità del lavoro (67%), del benessere organizzativo (27%) e della conciliazione tra vita privata e professionale (16%).
Lo Smart Working non ha necessità di grandi numeri per essere implementato, ma può fare la differenza ovunque. Questa è la testimonianza delle PMI che lo hanno già adottato.

Infine, la tecnologia è un asset non solo “abilitante” bensì è un PREREQUISITO per l’adozione dello Smart Working. Data l’assenza di vincoli di luogo, è imprescindibile il ricorso a strumenti tecnologici anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale. I risvolti sul fronte della privacy e della tutela delle informazioni aziendali sono presi in considerazione anche dall’articolo 22, il quale, al comma 2, impone al lavoratore di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi all’esecuzione della prestazione all’esterno dei locali dell’impresa. Perciò, alcune “vecchie” misure di sicurezza e procedurali vanno ripensate in un’ottica protettiva ed in considerazione dei maggiori rischi che il “lavoro agile” comporta, lato sicurezza informatica.

Positivo il trend dei prossimi tre anni: cultura del lavoro volta al risultato

Positivo il trend per i prossimi tre anni: la gran parte delle organizzazioni con un progetto strutturato di Smart Working prevede di concentrarsi sull’estensione dell’accesso alle iniziative esistenti a più persone all’interno dell’azienda (74%), sullo sviluppo di nuove forme di Smart Working per figure professionali che attualmente non lo possono praticare (63%) e sulla diffusione di una cultura basata sulla definizione di obiettivi, la responsabilizzazione sui risultati e la valutazione delle performance (63%).

Cosa aspettare ancora ad implementarlo?

Dati fonte Politecnico Milano

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